Per la prima volta, in mezzo a quegli sguardi malvagi che ancora lo osservavano, vide due grandi pozze verdi: non erano acque cristalline, erano torbidi abissi. Lo ghermivano e lui poteva vedervi riflessa la sua immagine, scorgere se stesso pulito, intero: ciò che lui non era e avrebbe voluto essere. Non sapeva se esserne felice o turbato, perché quegli occhi verdi non erano quelli dell’amante che ora dormiva al suo fianco, ma quelli di una ragazzina, Sabrina.

Alex tardò ad addormentarsi. Sabrina era dappertutto: nei suoi desideri, nelle sue perversioni, nella calma apparente della quotidianità e nella follia dei suoi vizi che esigevano una vittima sacrificale: lei e solo lei. La guerra crudele e sanguinosa ingaggiata dalla sua brama contro la ragione, lo squassava dentro: ne subiva i lividi, ne contava le fratture. Avrebbe voluto cancellarla, ma in fin dei conti non sapeva come. Ancora una volta fissava il soffitto, si era svuotato sul corpo di un'altra donna, ma pensava alla sua piccola tentatrice, al loro incontro di quella mattina.

Come ogni mattina, Sabrina aveva cercato un contatto con lui, il suo tenebroso psicologo; lo aveva spiato, lo aveva seguito con lo sguardo, si era nascosta nell’ombra per sorprenderlo con un agguato che sapeva di strategia militare. Ancora una volta, era riuscita a scovarlo. Gli occhi si erano incatenati e i corpi avevano trovato la loro strada: quella sbagliata.

Sabrina aveva poggiato le mani sul suo petto: aveva voluto provocarlo?

Aveva desiderato sedurlo?

O aveva semplicemente ceduto al bisogno fisico e doloroso di toccarlo?

Non esistevano risposte leggibili a un desiderio che, come un peccato, si muoveva nel buio e viveva nel silenzio.

Lui, come ustionato da quel contatto, aveva afferrato con troppa forza i polsi di Sabrina, l’aveva allontanata fisicamente dal proprio corpo e aveva pregato che sparisse anche la sua fame che continuava a crescere e lo portava al limite, lo stesso limite che, con forza, anche in quel momento, si era imposto di rispettare.

«Alex, lasciami, mi fai male!» La voce di Sabrina era apparsa allarmata, ma aveva tradito desiderio.

Lui aveva sentito sotto i suoi pollici il sangue che le scorreva veloce e il battito impazzito, e ne aveva goduto… immensamente,proprio come un lupo che avverte la resa della sua preda. Avrebbe voluto cibarsi della sua paura. Per una frazione di secondo aveva stretto gli occhi, il tempo necessario a riprendere il controllo, un limbo che gli aveva permesso di riappropriarsi del suo discernimento: aveva visto il bene e aveva visto il male. Quello che stava per accadere era sbagliato.

Lui aveva lasciato la presa su Sabrina che aveva ansimato rumorosamente, incantata dalla forza magnetica che non era né piacere né dolore, né giustizia né punizione, ma era lui, quello era Alex.

Lei lo aveva osservato con attenzione, attendendo un qualsiasi segnale del suo coinvolgimento, ma ancora una volta lui non era stato disposto a mostrarglielo, anzi, calando una maschera di irritata indifferenza, le aveva detto: «Stai giocando con il fuoco.»

«Non vedo l’ora di bruciarmi» era stata la replica maliziosa, ma ingenua di lei.

Con la rassegnazione che arrivava da una sconfitta a cui non si è pronti a piegarsi, Alex l’aveva liquidata: «Vai a scuola ragazzina.»

 

 

Alex cercava il sonno, ma quei ricordi non gli consentivano di trovarlo. Per un breve lasso di tempo, sul suo volto si dipinse un sorriso divertito che, inaspettatamente, raccontava di una tenerezza a lui sconosciuta. Si voltò verso l’amante che gli dormiva accanto e fece i conti con un sentimento che, questa volta, era ben conosciuto: l’irritazione per averla ancora là.