Work in progress: prossimamente troverete il link al sito FREE PASSION. Oltre al mio, vi aspettano molti altri racconti scritti per la rassegna natalizia.
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Prossimamente sul blog letterario Free Passion, insieme a tanti altri racconti in una rassegna per il Natale.

 

Un piccolo assaggio...

 

Sofia camminava a passo lento: il naso, a sfidare il gelo, puntava l’azzurro plumbeo del cielo di Praga. Le torri svettanti coi loro pennacchi bronzei, i tetti spioventi e gli archi gotici che incupivano monumenti e palazzi, la precipitarono in una fiaba. Aveva trovato un  alloggio a Malà Strana, un piccolo quartiere che era collegato a Staré Mesto, la Città Vecchia, da uno splendido ponte, che con solide arcate attraversava la Moldava. Il fiume, ora ghiacciato, rifletteva le luci della città che, come imprigionata in uno specchio incantato, pareva raccontare di una bellezza effimera e malvagia. Sofia non si sorprese di ciò che la sua mente elaborava con tanta fantasia, era abituata a vagare in spazi surreali, arricchire il vero e sognare il magico. Dopotutto era solo una piccola italiana, che all’età di 25 anni, per la prima volta, solcava i confini del bel paese. Si guardò attorno con l’aria trasognata, accorgendosi che Karluv Most era un brulicare di gente che infreddolita vagava alla ricerca dell’ultimo regalo di Natale.

La laurea in economia del turismo, conseguita pochi mesi prima, e l’inattesa possibilità di uno stage nell’albergo più lussuoso della Repubblica Ceca, erano la manifestazione tangibile che, oramai, era una donna. Respirò forte l’aria gelida fino a far pizzicare le narici e pensò tra sé “La mia vita, sta per cambiare. Lo sento…sono pronta.”

Mentre attraversava la piazza, dove svettavano, inquietanti nella loro tetra bellezza, le due torri della cattedrale della Madonna di Thin, l’aria la sorprese ancora una volta e cercare il cielo. Ciò che la colpì con violenza, però, non fu la bellezza di ciò che la circondava, ma il pavimento freddo che la accolse inclemente, dopo che qualcuno, urtandola, la fece precipitare al suolo. «Být opatrný.» Una voce, capace di incutere un timore reverenziale la percosse come una ruvida carezza. Sollevò lo sguardo sull’uomo che ora le porgeva la mano e si perse in uno sguardo ceruleo screziato da ombre color del ghiaccio. Era irritato, a discapito del soccorso che si apprestava a darle, non tradiva alcuna gentilezza. Per Sofia fu tale il senso di disagio che, mentre la sua piccola mano, scompariva all’interno della forte morsa di lui, si sorprese a chiedere scusa «Mi scusi, ero distratta.» L’espressione dell’uomo assente, quasi distante, si fece d’un tratto incuriosita. Scrutò Sofia con attenzione, rendendosi conto che non era ceca, ma italiana, riconobbe la lingua. Lo sguardo si fece sottile, quello di un predatore che, tuttavia, in quel momento, non era interessato alla caccia. Dopo essersi assicurato che la donna fosse capace di tenersi in equilibrio, si accorse che i due lembi del cappotto di lei si erano separati a causa della cintura che, a seguito della caduta, si era allentata. Come se Sofia fosse una cosa, un oggetto che gli apparteneva, l’uomo si fece più vicino, offendendola con la sua altezza che la metteva in uno svantaggio emotivo mai sperimentato e costringendola a inalare un profumo che esibiva una sfacciata mascolinità, afferrò con entrambe le mani le estremità della cintura e in un lento movimento che parve durare un eternità strinse il nodo fino a strizzare la vita della ragazza. Con le guance in fiamme, Sofia ebbe il coraggio di alzare il volto alla ricerca di quello sguardo che nascondeva più di quanto mostrasse. Lo trovò. Ancora una volta, quella voce vibrò dentro al suo corpo che a quelle note cupe si offriva come una grancassa «Sbohem malý italský.» Dopo aver pronunciato quelle parole, per lei incomprensibili, l’uomo le voltò le spalle e mentre i lembi del cappotto nero intrecciavano una danza scomposta attorno al corpo solido e dannato per tanta bellezza, scomparve tra la neve di Praga che ora scendeva copiosa.

Sofia si sentì una stupida  nel dare voce ai suoi pensieri, ma lo fece lo stesso, in mezzo alla piazza, sfavillante di luci e caotica per i colorati mercatini di Natale. Si ritrovò a parlare da sola «Dopotutto…forse… le leggende su misteriose creature che vagano cupe nella notte e si cibano del sangue delle vergini… potrebbero essere vere.»

Non era proprio il momento giusto per perdersi in fantasticherie: doveva andare in albergo, quella notte avrebbe iniziato il suo stage. Fece un giro su se stessa, constatando che il coccige le doleva per la botta appena subita. Cercava con lo sguardo l’insegna del Luxury Hotel. La trovò subito, delusa dal fatto che un hotel così lussuoso, situato in una perla della cultura occidentale, potesse avere un nome così impersonale. “Ricchezza e buon gusto, purtroppo, non vanno di pari passo” ammiccò fintamente superba. Prese un bel respiro, cancellò dalla mente lo sconosciuto che aveva accelerato il suo battito ed entrò in quel lusso ostentato e volgare.