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C’era una volta, in un tempo non troppo lontano...

 

... una graziosa casetta che faceva bella mostra di sé ai piedi di un morbido colle della Valpolicella; poco distante dalla splendida città di Verona, e mostrava con orgoglio, tra il verde dei prati, la sua graziosa bellezza. Non le mancava niente, un’ampia facciata dal tenue giallo paglierino, ampie finestre e grandi vetrate a rubare i maestosi raggi di sole. In questa casa viveva una famiglia: padre, madre e tre bellissime bambine. Le tre sorelline erano molto legate tra loro, si chiamavano Maria, Elena e Sofia. Le bimbe crescevano circondate dall’amore dei loro genitori e i giorni, per loro, scorrevano felici e pieni d’affetto.

Un giorno d’inverno, mentre fuori imperversava una bufera di neve e la solitaria casetta era illuminata dal riverbero della luce della luna che si specchiava sulla neve, Maria, Elena e Sofia giocavano al girotondo sorvegliate dalla loro tata. Le tre bambine si affacciavano spesso alla vetrata della sala per controllare che l’auto argentata dei genitori facesse ritorno e prendesse posto nel consueto parcheggio situato al lato dell’abitazione. Quella notte di gelo e neve diede i natali ad un vento crudele e beffardo che non portò a casa i genitori tanto attesi, ma una pattuglia di polizia, latrice di notizie nefaste. Le luci di quella graziosa casetta si sarebbero spente quella notte e sarebbero rimaste, per tanti anni a venire, mute.

Quella famiglia felice non esisteva più, un incidente stradale aveva ucciso i genitori   e le tre piccole sorelle confuse, spaventate e distrutte dal dolore si aggrapparono all’unica cosa che ancora le rimaneva: il loro legame, il loro amore.

La buona suor Speranza, madre superiora de “La casa del fanciullo”, piccolo orfanotrofio della città di Verona, che aveva visto crescere le tre sorelle e conosciuto i loro genitori come maggiori sostenitori della loro casa famiglia, fece di tutto per ottenerne la custodia. Le bambine ne furono felici, amavano le buone suore del convento e conoscevano alcuni dei bambini che vi abitavano. Quella notte di vent’anni prima, Sofia, la maggiore delle tre, aveva solo dieci anni, Elena otto, mentre Maria, la più piccola, appena cinque.

Le spoglie dei due coniugi, entrambi figli unici e senza nessun parente ancora in vita, furono esposte nella piccola cappella de “La casa del fanciullo”. Le suore si occuparono del funerale.

 

Quel giorno,  per Sofia, era stato tremendo: come figlia più grande, e testarda, aveva insistito per vedere un’ultima volta i suoi cari  prima della sepoltura per dir loro addio. A soli dieci anni Sofia aveva percorso la breve navata della cappella a testa alta e con espressione risoluta. Quella che brillava nei suoi giovani occhi blu era una cocente rabbia. L’ira bruciava più della lava, perché la bambina non sapeva a chi indirizzarla. Al destino, al caso o semplicemente ai suoi genitori che l’avevano abbandonata. Sola e responsabile delle sue sorelle più piccole. Quando Sofia aveva raggiunto le nere bare e vi aveva guardato dentro, in punta dei piedi, curiosa e spaventata, qualcosa dentro di sé iniziò a rompersi e non si sarebbe mai più riaggiustato. Dapprima accarezzò il petto robusto del padre, ordinato ed elegante nel suo abito blu. Sfiorò le sue braccia, rigide, ma ancora robuste, quelle braccia che la sollevavano su, in alto nel cielo dei loro infiniti giochi. «Ciao papà», la voce ancora infantile, ma ferma, matura e risoluta. Rassegnata. Mentre guardava sua madre, la bambina pensava che fosse davvero bella. Aveva ereditato da lei i lunghi ricci biondo cenere. Si sporse. La baciò sulla fronte. Per tutta la vita si sarebbe pentita di quel gesto. Il freddo della morte si impadronì delle sue labbra. In un istante i tessuti inerti del volto di sua madre si imprimevano violenti nella sua memoria, cancellando quasi il ricordo di caldi abbracci e tiepidi baci materni. Il primo pezzo della dura corazza che negli anni Sofia avrebbe costruito attorno al suo cuore aveva posato le sue fondamenta.