Un intimo regalo

Un intimo regalo

 

Lo spogliatoio del By Night è sempre lo stesso. Una nuvola di profumo avvolge me e le mie colleghe: cameriere, bariste, cassiere. Minimo ventuno, massimo trent’anni, segni particolari… bellissime.

Non lo dico con compiacimento o peggio ancora con mal celata modestia, ma la realtà è questa. Non siamo state di certo selezionate per il quoziente intellettivo o per i titoli di studio, benché molte delle presenti siano addirittura laureate. Solo che in questo mondo, di merda aggiungerei io, contano più un bel culo e due paia di tette appuntite da sbattere in faccia al maschione di turno, ovviamente, vero padrone del mondo. No no no, non pensate male. Non lavoro in uno di quei locali squallidi con cameriere vestite da collegiali sexy a servire birra al buzzurro di turno che sbava sulle ragazze. Qui siamo a Little Italy, raffinato quartiere dove cultura americana e italiana si fondono per dare origine a locali e boutique trendy. I nostri clienti tipo sono ricchi imprenditori con la puzza sotto il naso che amano il lusso, la buona cucina, l’arte, l’alta moda e… le belle donne.  Ma dopo tutto la differenza sta solo nel portafoglio e in una innata tendenza alla dissimulazione. Un uomo solo, in un locale, davanti a una ragazza vuole solo una cosa: infilarti la lingua in bocca e… insomma avete capito no?

Le nostre divise sono abiti sartoriali, fatti su misura per esaltare le nostre forme: sexy, ma mai volgari. Io indosso un tubino nero, scollato sul davanti con sottili bretelle di Swarowsky che si incrociano sulla schiena nuda. Direttive severissime del mio freddo, arrogante, cinico e stramaledettissimamente sexy capo. Ethan Maxwell, il proprietario del By Night e di una decina di altri locali sparsi per tutta New York.

Usciamo dallo spogliatoio in fila. Ancheggiamo come modelle sui tacchi a spillo. A un primo sguardo sembriamo tutte uguali, ma io so per certo di essere una delle poche della mia specie. Un incrocio tra un fantasma, una barzelletta sciocca e un animale mitologico: una bella venticinquenne indiscutibilmente, tristemente e inesorabilmente vergine.

Vi chiederete come sia possibile, beh me lo chiedo anche io. Il fatto è questo. Lavoro in questo locale da quattro anni e di occasioni ne ho avute davvero tante, almeno una mezza dozzina a notte. Come dite? Sono irresistibile? No! È  solo che gli uomini di Manhattan dopo una lunga, stressante settimana di lavoro hanno una sola cosa in mente: bere e scopare. Con chi? Non importa. Sono molto meno selettivi di quello che possiate immaginare. Quella è una dote di cui si avvalgono da sobri e qui dentro, sobri, non lo sono mai.

Comunque, ogni ragazzo ha sempre qualcosa che non va: troppo alto, troppo basso, magrissimo o eccessivamente palestrato; questo è un cretino, quell’altro troppo intelligente. Insomma… non me ne va bene uno. Sono una cretina? Forse! Ma non per quello che credete voi. La verità è una sola. Ogni sorta di fantasia, desiderio e ossessione riguarda lui e soltanto lui: il mio capo, Ethan. E come potrebbe essere il contrario. È un esempio di sprezzante mascolinità che nessuna donna potrebbe mai ignorare. Non è molto alto, io sono un metro e settanta e con i tacchi  lo guardo dritto negli occhi. Ha un fisico asciutto dal portamento elegante, forse un po’ troppo magro per i miei gusti. Il viso non ha una bellezza ostentata: i lineamenti sono spigolosi e asimmetrici, la pelle sempre velata da un filo di barba, i capelli scuri un po’ spettinati, la bocca carnosa e ben disegnata e due occhi neri che… non ho parole per descriverli. Nonostante sia sicuramente un bell’uomo non è certo l’estetica il punto forte di Ethan Maxwell. Oh no! Quello che lo rende unico è la sua forza magnetica. Quando entra in una stanza, la satura della sua presenza: appare più alto e più grosso di quanto non sia realmente, lo sguardo fiero che indirizza alle persone, cortese, ma segretamente altero, lo caratterizza. Esercita il suo potere carismatico su tutti, uomini e donne. La camminata fluida è potente ed elegante. Non importa che indossi uno delle decine di abiti su misura che porta con regale disinvoltura o jeans e maglietta. Ethan è Ethan e non lo si può ignorare.

Il locale è quasi pieno, oggi è san Valentino e io ho una missione. Mentre mi aggiro sorridente tra i tavoli per raccogliere le prime ordinazioni dei clienti, lo vedo. Indossa un completo nero con camicia bianca. L’oscurità della sala  si accoppia ai suoi occhi torbidi, sembra un demone arrivato a riscuotere la mia anima, ma io ho già deciso. La avrà e sarò io a donargliela. Romantica? Oh no… questo non ha niente a che vedere con il romanticismo. Sono anni che smanio per quest’uomo e in parte è colpa sua se sono ancora vergine. Quindi oggi, anche se si opponessero tutti i santi del paradiso, io perderò la mia scomoda virtù, con lui… solo lui.

Intercetta il mio sguardo, la sua espressione si fa sottile come una lama, il luccichio malizioso dei suoi occhi è una droga. Piega leggermente il capo in segno di saluto e la sua bocca si apre in uno strepitoso sorriso, tutto per me. Il mio cuore inizia la sua corsa forsennata, così come accade ogni volta che ci guardiamo. Il bastardo ne è fin troppo consapevole. Un uomo di trentacinque anni che morde la vita ed è padrone del suo universo. Per uno come lui posso essere solo un giocattolo da usare e poi riporre nella cesta di quelli vecchi per far posto ai nuovi. Non mi interessa! Mi basta una notte. Una lunga, indimenticabile notte con Ethan Maxwell. Certo… qui dentro se l’ è scopate tutte e… quando dico tutte, intendo proprio tutte. Tranne me! Mi chiedo il motivo. Eppure non mi sembra di lasciarlo indifferente. Non sarò tutto questo pozzo di esperienza, ma un po’ gli uomini li capisco. O almeno credo.

Una mano si appoggia alla base della mia schiena. È calda, è di Ethan.

«Virginia, ho bisogno di parlarti in privato.» Il suo odore mi aggredisce, è sempre lo stesso, lo riconoscerei fra mille. Profuma di sapone. Ma quale uomo al giorno d’oggi profuma di sapone? Non uno di quei saponi delicati al talco o magari dai sentori legnosi e speziati. Oh no! Ethan sa di sapone antico. Di quelle saponette giganti che le nostre nonne usavano per fare il bucato. Il contrasto evidente tra la sua presenza, davvero poco rassicurante, e un profumo così familiare, semplice e pulito, mi manda in totale confusione.

«Finisco qua e ti raggiungo nel tuo ufficio.» Cerco di sfoderare un sorriso sexy e ammaliante, ma ogni volta che incrocio il suo sguardo finisco per sembrare una bambina timida e un po’ imbronciata. Non va affatto bene. Se continuo così non avrò nessuna possibilità di riuscire nel mio intento: sedurlo.

Mi dirigo verso lo studio di Ethan e le mani hanno già iniziato a sudare. “Complimenti, Virginia, una vera seduttrice!” mi schernisco da sola.

Busso e… «Avanti.» La sua voce è un tuono. Non profonda, non gutturale: è proprio un suono grave che squarcia il sereno, ti vibra attorno per poi colpirti allo stomaco. «Virginia accomodati, abbiamo poco tempo, il locale è pieno. Ho preparato una piccola sorpresa per i clienti e vorrei che fossi tu a distribuire i regali.» Si volta e da un armadio alle sue spalle estrae dei piccoli cuori di velluto rosso. Li posa sulla scrivania e mi rivolge un sorriso malizioso. «Aprilo e dimmi cosa ne pensi.» Ogni frase di Ethan suona come un ordine perentorio, ma lo cosa non mi infastidisce, anzi… lo trovo irresistibile.

Apro l’elegante cofanetto e al suo interno trovo una selezione di raffinati cioccolatini, con al centro, a fare da protagonista una mascherina rossa con intarsi di pizzo nero. «Uhm… sexy» è il mio commento rapito e un po’ roco. L’espressione di Ethan è intensa e per un solo istante mi pare voglia scavarmi dentro. Una fugace sensazione che corre via veloce con il comparire, sul suo volto, del solito velo freddo e distacco.

 «Bene. Sono felice che ti piaccia. Dovrai consegnarli quando le luci si abbasseranno e Lizzy inizierà il suo spettacolo di Burlesque.»

«D’accordo, allora vado.»

«Virginia, aspetta! Questo è per te.»

Lo guardo un po’ stordita mentre mi porge un cofanetto personalizzato con il mio nome. Il mio cuore si gonfia di emozione che a stento riesco a trattenere. Lo stringo tra le mani commossa, lo guardo e gli faccio il sorriso più aperto e grato di tutta la storia.

Lui mi restituisce il suo un po’ confuso e con una breve frase mi inchioda al pavimento: «Ne ho fatto preparare uno per tutte le ragazze del By Night, ti piace?»

Da perfetta poker face abbozzo il colpo e faccio finta di niente, anzi la delusione, stranamente, mi conferisce audacia. Mi avvicino a Ethan, cammino malferma sui tacchi, il mio corpo non si è ancora ripreso dalla piallata in piena faccia che ho appena ricevuto.

Mi avvicino a Ethan più di quanto l’etichetta o semplicemente il buonsenso suggeriscano. «Tienilo tu per me. Me lo darai più tardi. Anche io ho qualcosa per te, ma non fare domande, ti spiegherò tutto quando questa lunga serata di lavoro sarà terminata.»

La sua bocca si increspa in una posa di sfida. I suoi occhi mi sondano e mi invitano ad avvicinarmi ancora. «Sei strana questa sera. Cosa ti sei messa in testa bambina?»

Eccola là la parolina magica. Bambina… ditemi quello che volete, ma è il suono più erotico che io possa sperare di ascoltare. Se poi a pronunciarlo è Ethan Maxwell con quel misto di condiscendenza, seduzione e,  diciamolo chiaro, quel vago senso di presa per il culo… beh non ho speranze. Chiamatela immaturità, gusto per l’orrido o semplicemente complesso di edipo non risolto, ma… non me ne frega niente: bambina, piccola, piccolina saranno sempre al top di quelle frasi che mi colpiscono dritte al cuore per poi scendere veloci come su un autostrada che porta al centro pulsante della mia femminilità.

«Ci vediamo più tardi. Vado a consegnare i pétite cadeaux per le mogli dei tuoi facoltosi clienti.» Il mio tono tracima sarcasmo.

La fragorosa risata del mio capo mi lascia interdetta. Continua a ridere apertamente e mi guarda con… compassione?

Questo è troppo! «Si può sapere cos’hai da ridere?»

«Sei proprio ingenua Virginia. Credi forse che gli uomini lì fuori siano accompagnati dalle proprie mogli? Esclusi gli sposini, non mi sorprenderei se la quasi totalità delle donne fossero semplicemente  amanti. Oh cielo, Virginia, non dirmi che credi ancora nell’amore eterno e nel suo patrono?»

«Sì, credo nell’amore. Anche in quello platonico. Quella dimensione di desiderio inespresso e inappagato che ti pulsa dentro fino ad annullare la volontà stessa. Credo che amare sia sinonimo di donare e qualche volta ci vuole più coraggio a saper ricevere che a dare.»

Si avvicina ferino, un dito inizia la sua corsa da dietro il mio orecchio, per scivolare sul mio collo e arrestarsi sulla spalla. Sono brividi quelli che mi scuotono e che mi bloccano il respiro.

Lo fisso con intensità e ascolto le sue parole: «Ho capito bambina. Hai deciso di sedurmi. È molto imprudente da parte tua cercare di perdere la verginità con uno come me.» I miei occhi si dilatano per l’orrore e per lo stupore. Vorrei dire qualcosa ma sono del tutto inerme. Persa in quello sguardo oscuro che promette pene pari solo alla lussuria che celano e che in parte fanno intravvedere. «Sei stupita, Virginia? Non dovresti. Sono un uomo che ha girato il mondo e che ha vissuto tante avventure e qualche relazione. Conosco le donne. E tu sei di certo una rara vergine. Quando sei arrivata al By Night eri poco più che una bambina. Bellissima e ingenua. Un’accoppiata molto pericolosa. Soprattutto nel mio mondo. Sono anni che ti tengo sotto la mia ala, anche se tu non te ne sei mai accorta. E prima che sia tu a chiedermelo: sì, mi sei piaciuta da subito! Mi attrai come la gravità che, inesorabile, porta tutto al suolo. Sei come un prato fiorito per le api, Virginia… Per quanto le donne mi piacciano, io non sono un animale, bambina! Io, con quelle come te, non gioco mai».

«Veramente, scusa se sono volgare, ma qui dentro te le sei scopate tutte e non sono di certo più adulte di me».

«Non è una questione di età, Virginia, molte delle tue colleghe hanno esperienze sessuali pari alle mie, credo tu capisca no?»

«E quindi?» lo provoco non troppo convinta.

«E quindi… togliti dalla testa qualsiasi idea di seduzione nei miei confronti. Il mio è un no!»

Il suo commento non ammette repliche, ma il suo sguardo e il calore che emana il suo corpo parlano tutt’altra lingua.

«Lo vedremo» lo incalzo decisa.

«Devo dire che questo tuo modo di provocarmi mi diverte non poco, ma è tutto inutile. Torna a lavorare.» La stanza si riempie dei nostri ansiti, ci fissiamo, ma nessuno parla. Ci salutiamo, ma i nostri corpi esitano a sciogliersi dall’incanto.

Mi volto, apro la porta e un duro petto si appoggia alla mia schiena. Un soffio tiepido lambisce il mio orecchio e una voce calda lusinga le mie viscere. «Comunque stasera sei bellissima, da togliere il respiro. Se fossi meno onesto forse… In ogni caso stanotte ti immaginerò così come non potrò mai averti. Nuda sulla mia scrivania, aperta ed esposta alla mia bocca.» Deglutisco sonoramente e credo di essere a un passo dall’orgasmo. Non emetto un fiato, sarebbe troppo. Apro la porta e sono libera di andare via mentre nella mente martella una sola frase “Hai acceso un fuoco che non potrai spegnere. Stanotte sarai mio”.

La gente si diverte, lo spettacolo è stato bellissimo e lo champagne scorre a fiumi. Qualche coppia balla. Alcuni, convinti di non essere visti, amoreggiano con  le mani sotto ai tavoli e qualche signora bendata assaggia cioccolatini dalla bocca del suo amante. L’ambiente, elegantemente dissoluto, pregna l’aria di energia statica che si carica al ritmo dei pensieri peccaminosi di donne e uomini che pregustano il rientro a casa.

Tengo d’occhio Ethan. Mi ha irremovibilmente rifiutata, ma non mi arrendo. Al momento la minaccia più pericolosa ai miei progetti sono le decine di donne che non fanno altro che svenirgli ai piedi. Ridicole!

Una bella bionda sulla trentina gli sta appiccicata come una cozza, si struscia in continuazione con il suo abito firmato di un bel bianco candido. Mi chiedo se la Caipiroska alla fragola che le sto portando, cadendo inavvertitamente sul suo bel vestitino possa donargli quel tocco di colore che le manca. Detto fatto! Appena mi avvicino all’oca giuliva, che starnazza attorno al mio sacerdote sacrificale, sbilancio appena il vassoio e…

«Maledizione! Cosa combini?»

«Oh scusa, sono mortificata!»

«Mortificata? Sei una stronza! Ecco cosa sei.»

Ops… se l’è presa parecchio, la ragazza!

Mi ritiro con la faccia finto-mortificata e riservo un sorrisetto diabolico al mio capo che mi trafigge con altrettanta finta ostilità. Ho il sospetto di averlo liberato da una compagnia poco gradita. Infatti la donna è costretta a battere in ritirata andando a cambiarsi.

«Fuori una!» gongolo soddisfatta.

La serata volge al termine e io fremo di eccitazione e aspettative. Sono talmente carica di adrenalina che non sento affatto la stanchezza. La cosa che mi scoccia parecchio è vedere Ethan che chiacchiera con una bellissima donna dai lunghi capelli rossi, un po’ mi assomiglia e questo mi dà ancora più fastidio. Non hanno atteggiamenti di ostentato flirt sessuale e la cosa mi preoccupa. Il mio capo sembra sinceramente interessato, infatti l’ha isolata dalle sue amiche con cui è venuta al locale, sicuramente ha idea di farle festeggiare a modo suo il San Valentino. La donna ha modi affabili e postura elegante. Devo fare qualcosa.

Approfitto di un istante in cui Ethan è costretto ad allontanarsi. Mi avvicino a questa splendida Venere e le chiedo noncurante: «Dov’è Ethan, lo stavo aspettando, è ora di tornare a casa. Oggi ha promesso che mi avrebbe dedicato un po’ più tempo del solito.»

Miss altolocata mi guarda con occhi mortificati, abbassa lo sguardo umiliata e io mi sento quasi in colpa. Ho detto quasi. In quel preciso istante arriva Ethan che sfodera un sorriso sexy alla furente rossa che senza preavviso si alza e gli molla un manrovescio dicendogli: «Farabutto!»

Se non fossi sconvolta per l’espressione sgomenta di Ethan, scoppierei a ridere. Il momento di ilarità finisce presto perché Zeus infuriato incombe su di me costringendomi a indietreggiare. Mi intrappola con le braccia al muro, carico di non so quanti sentimenti in contrasto tra loro, e mi dice: «Prendi la tua roba! Ti porto a casa mia. Adesso! E poi non dire che non ti avevo avvisato. Fai ancora in tempo a cambiare idea. Qual è la tua risposta?» Le sue parole suonano come una minaccia, ma io ormai sono un fiume che ha abbandonato i suoi argini. Lo guardo e in un sussurro appena udibile gli dico: «Andiamo.»

Usciamo dal locale a passo svelto. Ethan è arrabbiato, lo avverto dalla tensione del suo corpo. Non dobbiamo fare altro che attraversare la strada e arrivare al palazzo di fronte. Prendiamo l’ascensore e iniziamo la salita verso l’attico. Il silenzio è assordante. Ci lanciamo occhiate astiose, non sembriamo due amanti, ma mercenari che diffidenti si adoperano per il loro traffico. Appena entrati nell’appartamento si accendono delle luci soffuse. Gran parte dell’illuminazione deriva dalla notturna veduta di New York che si impone orgogliosa sulle pareti a vetro. Ethan si toglie la giacca e la poggia sulla chaise-longue. Si siede sul divano in una posa comoda e mi dice: «Dai, spogliati. È quello che vuoi, no? Tanto vale saltare i convenevoli.» Sento le guance che vanno a fuoco, abbasso lo sguardo sulle mani intrecciate davanti al mio ventre e senza neanche guardarlo gli chiedo: «Perché fai così?» Colgo del rammarico nel suo sospiro.

Si alza, mi prende la mano e ci sediamo l’uno di fianco all’altra. «Voglio dissuaderti da questa follia.»

«Perché?»

«Vuoi che ti faccia la lista? Sei troppo giovane, sei vergine e io sono il tuo capo. Non ti sembra sufficiente?»

«Posso decidere con chi voglio perdere la verginità? Il punto è un altro. Tu mi desideri?»

«Non è possibile che tu sia così ingenua e questo rafforza le mie convinzioni. Sono quattro fottutissimi,  anni che ti desidero e ti ho sotto gli occhi quasi ogni maledetta sera. Mi sono imposto di non guardarti in quel modo. Ho sempre pensato che meritassi un bravo ragazzo della tua età, uno di quelli che fanno felici le mamme, che lavorano di giorno e la sera giocano coi bambini, che tirano di scherma e non si insanguinano la faccia sopra un ring, un uomo che venga da una buona famiglia e che non sia la facciata in giacca e cravatta della merda che ci sta dietro. Io sono cresciuto in un istituto del Bronx, i miei genitori mi volevano bene, ma non abbastanza da rinunciare al crak. Quelli come me, anche se ripuliti e con qualche soldo in tasca, sono uomini pericolosi. Capisci?»

«Ma io non voglio far contenta mia madre, io voglio te. Ti voglio da impazzire. Fosse anche solo per una notte, ma voglio essere tua. Voglio che tu sia il primo. Voglio donarti qualcosa che non potrà più essere di nessun altro.» Le mie parole dipingono sul suo viso un intreccio di lussuria e cadute convinzioni. Le sue mani contengono il mio viso minuto che brilla come una perla che vuole essere violata.

«Come vuoi, la mia volontà non è di ferro e tu, che tremi davanti a me, sei una potente droga che mi fa sentire Dio.»

La sua espressione si vela di giocosa malizia. Ho iniziato un gioco di cui non conosco le regole, ma sono pronta ad affrontare la mia partita. Mi prende per mano e mi conduce nella sua stanza, in penombra. Il letto dà su un’ampia vetrata, a cui Ethan volge le palle. Mi fa sedere sul bordo del letto, poi inizia a spogliarsi, lentamente. Mi fissa e io fisso il suo corpo. Sono ingorda. Si sfila la camicia, il torace è ampio e ben definito. Il ventre piatto e segnato da solchi che disegnano i suoi muscoli. Slaccia la cintura dei pantaloni e il rumore della fibbia che sbatte sulla sua pelle fa fremere la mia… accende le mie aspettative. I pantaloni scivolano a terra, li scalcia con poca grazia. Si avvicina. Divarica le mie gambe senza troppa gentilezza. Il vestito sale fino ai fianchi, Ethan aggancia con le dita il sottile triangolo di seta che copre la mia intimità. Non provo vergogna, solo desiderio. Mi fa distendere e inizia a baciarmi le ginocchia. Mi fa il solletico, rido. Sale verso l’interno coscia e le sensazioni si fanno più intense. Sono eccitatissima. So cosa sta per fare. Quando la sua lingua si fa strada tra le pieghe del mio sesso, un rantolo convulso esce della mia bocca. Lui non si placa e continua a baciarmi con passione. Le sue mani mi tengono aperta, inerme, esposta. Sento un piacere che arriva furioso e come impazzita, senza remore né vergogna inizio a far oscillare i fianchi invitando il mio amante a un bacio più profondo e veloce. I mugugni di apprezzamento che vibrano sulla mia pelle glabra raccontano di quanto Ethan goda nel farmi queste deliziose oscenità. I suoi versi bestiali sono l’ultima scintilla che fa divampare un incendio devastante che mi lascia stordita e senza parole a guardare il soffitto. «Ti è piaciuto? Non sai quante volte ho immaginato di farti godere in questo modo.»

«Mai quanto l’ho sognato io! E… i miei sogni non si avvicinavano minimamente alla realtà. Perché per quanto provassi a immaginarti accanto a me, a darmi piacere era sempre la mia mano e non la tua bocca.»

«Mio Dio, Virginia, così mi uccidi. L’immagine di te che ti dai piacere con me nella mente è conturbante.»

«Uhm… come parli forbito! E pensare che sei solo un ragazzaccio del Bronx.»

«Fai la spiritosa? Appagata e sensuale? Guarda che la verginità non l’hai ancora persa. Adesso arriva la parte difficile.»

«Adesso sei tu che fai lo spiritoso. Ho una vaga idea di come si perda la verginità.»

«Così come io ho una vaga idea di quello che proverò nel possederti.» Mi spoglia. Sono nuda vanti ai suoi occhi. Anche lui è nudo e mostra orgoglioso la sua imponente virilità. «Apri le gambe e tira su le ginocchia!» La sua voce è deformata dal desiderio. Eseguo senza controbattere, mi faccio guidare. La sua eccitazione preme sulla mia carne. Si fa strada lento. Fa male. Se ne accorge. «Mi fermo? Vuoi che continui?»

«Non fermarti. È solo che… fa tanto male.» Sento un sussulto della sua eccitazione.

Mi guarda e mi dice: «Scusa, ma se mi dici che ti faccio male mi eccito di più, mi dispiace, ma sono fatto così.» La cosa eccita anche me, con le gambe faccio presa sui suoi fianchi e lo invito ad andare più a fondo. È quello che gli serve per abbandonare ogni indugio e affondare nella mia carne, lacerandola. Il dolore è lancinante, ma sono così euforica per averlo dentro di me che cerco di non pensarci. Ethan prende a muoversi lentamente, delicato; le sferzate di dolore iniziano ad accompagnarsi a lente onde di piacere. I nostri corpi si incastrano perfettamente, Ethan è premuroso ed esperto. Mi stringe forte a sé e non smette di guardarmi negli occhi. Vi leggo un sentimento a cui ho paura di dare un nome, lo stesso che alberga in me da ormai troppi anni. Con affondi lenti e profondi mi porta all’orgasmo e io non ho remore nell’urlare il suo nome. Mi segue fino a riempire il preservativo che sfila rapido e esperto buttandolo via. «Come sei bella. L’immagine di te che godi sotto il mio corpo è la cosa più intima che abbia mai visto.»

Scoppiamo a ridere mentre i nostri corpi si intrecciano in un caldo abbraccio. Mi assopisco, sono stremata e sopraffatta dalle emozioni.

 Mi sveglia la piacevole sensazione di un liquido caldo che  bagna le mie cosce. Apro gli occhi e quello che vedo mi sciocca totalmente. Ethan è fresco di doccia, bellissimo con i capelli bagnati, un asciugamano stretto in vita. Tiene in mano un panno morbido imbevuto nell’acqua tiepida con il quale sta ripulendo il mio sesso dalle tracce di sangue. Quando i nostri occhi si calamitano, mi indirizza un sorriso complice, tenero… e sexy. I suoi movimenti sono calibrati e amorevoli. L’acqua calda è una piacevole carezza e le sue attenzioni sono un balsamo per la mia anima. Le emozioni sono troppe per essere contenute dal mio povero cuore strapazzato, così, senza che io lo voglia, calde lacrime iniziano a rigare il mio viso. Ethan non pare turbato dalla mia reazione. Sembra quasi che se l’aspettasse. Finisce di portare a termine il suo rituale e quando mi ritiene abbastanza pulita, torna a sdraiarsi accanto a me.

«Ti sembrerò una sciocca. Prima faccio la provocatrice e poi piango come una stupida.»

Mi accarezza i capelli, stringe la mascella come a voler trattenere parole che minacciano di fuggire al suo controllo e poi, con voce limpida mi dice: «Non sei una sciocca, sei preziosa.»

Non capisco la sua frase, quindi mi limito a tacere e cerco di comprendere i confusi messaggi che passano veloci nei nostri sguardi. Accarezzo il suo volto, lui accarezza il mio, siamo connessi a un livello profondo e non ho intenzione di spezzare l’incantesimo. L’eccitazione avvolge i nostri corpi, sono dolorante, ma credo che Ethan abbia voglia di fare l’amore e non voglio deluderlo. Lui capisce le mie intenzioni e sorprendendomi mi dice: «No, Virginia. Sei un fiore appena sbocciato e non ho intenzione di violarti ancora. Almeno non per stasera.» L’implicito sentimento di cura e rispetto va talmente al di là delle mie aspettative, che per difendermi dall’amore che mi esplode dentro non posso fare altro che attingere al mio repertorio di ironia: «Non ti facevo così romantico Maxwell.»

Mi guarda con un ghigno altezzoso, inarca un sopracciglio e con tono autoritario mi dice: «Spegni la luce e stai zitta bambina!»

«Uhm… come non detto.»

«Appunto! Dormi adesso.» Nella penombra e nel silenzio della stanza ci addormentiamo abbracciati. Siamo due viandanti, che per lungo tempo hanno viaggiato nel deserto e si sono appena abbeverati alla fonte.

Mi sveglia il rumore molesto di voci concitate. Apro gli occhi di malavoglia e vedo Ethan che completamente nudo, sotto la luce del mattino, passeggia per la stanza e snocciola una serie di ordini al malcapitato di turno. Mi stiracchio e il lenzuolo scivola scoprendo i miei seni. Ethan si volta come il gatto richiamato dal cinguettio del canarino. Interrompe la telefonata e si avvicina a me col suo portamento fiero. Mi dà un bacio profondo. Fremo sotto il suo tocco. «Come stai? Ti fa ancora male? Ti sei pentita?»

Sono un po’ sorpresa nel sentirmi rivolgere una curiosa sequela di domande. Sorridendo gli dico: «Se fossi l’eroina di un romanzo dell’ottocento ti direi che sono felice di aver perso la mia virtù con il mio amato.» Il suo sguardo aggrottato mi dice che forse ho esagerato, ma a questo punto del gioco non posso più mentire, lo amo da quattro lunghi anni. «Perché mi guardi così? Non può essere una sorpresa per te. E di certo sai che non sono il tipo di ragazza che svende se stessa al primo che le causa qualche fremito.» Si stacca da me provocandomi brividi freddi che fanno spazio a un improvviso gelo. Infila frettolosamente un paio di pantaloni e si guarda distrattamente attorno.

«Vieni qua» ordina.

 Infilo maldestramente il mio abito e lo seguo. Improvvisamente non mi sento a mio agio. Prende la mia mano e mi conduce nella zona giorno, tra il divano e la vetrata. «Mi chiedevo se questo appartamento fosse troppo piccolo per tutti e due. Insomma siamo entrambi abituati ai nostri spazi e la convivenza, soprattutto i primi tempi, potrebbe essere difficile.»

Sicuramente sto vivendo un’esperienza extracorporea. «Mi stai chiedendo di venire a vivere con te dopo una sola notte? Ma sei impazzito?»

«Mi dispiace Virginia, ma non c’è altra scelta. Sono quattro anni che cerco di proteggerti da me stesso. Adesso il problema non esiste più perché sei mia, in tutti i modi possibili. Possiamo smetterla di fingere e adesso che so cosa mi sono perso in tutto questo tempo non ho intenzione di separarmi da te. Neanche per una notte.» Non riesco a pensare altro se non che ogni tanto i sogni si avverano. Anche quelli che sembrano irraggiungibili. Mi avvicino, lo stringo forte e gli dico:« Sono solo una sciocca ragazza che  la notte di san Valentino ti ha donato la parte più intima di sé, era quello il mio regalo.»

Con gli occhi pieni d’amore e l’espressione più furba al mondo, prende la mia mano e la posa sul suo petto dicendomi :«E’ questo il mio intimo regalo per te.»

 

 

 EPILOGO

 

È il giorno di San Valentino, non che ci abbia mai badato tanto, per me sono tutte stronzate. Solo che questo segna un traguardo che ha davvero dell’inverosimile: dieci anni, dieci fottutissimi anni passati come un soffio. Io e la mia bambina sposati. Mi guardo allo specchio e ˗wow! ˗ sono il quarantacinquenne più figo di New York. Presuntuoso? Sono semplicemente un pragmatico realista.

«Tesoro hai chiamato tua madre? Tiene lei i bambini, stasera?»

Virginia entra nella stanza, gli anni l’hanno resa ancora più bella, sono un fortunato bastardo. Ha una strana malizia negli occhi. Cosa starà tramando?

«Non vorrai mica festeggiare san Valentino? Insomma ho fatto i compiti a casa: sono dieci anni che siamo sposati. A quest’ora avrai già trovato uno straccio di amante con cui festeggiare, no?» mi dice maliziosa.

“Ma di che diamine sta parlando?!” Se c’è una cosa che la monogamia mi ha insegnato è che la tua donna non fa altro che sortire tranelli insidiosi. In questo momento mi sento come un battello che naviga in acque agitate. Un piccolo errore e si può naufragare. Se aspetto una cima da mia moglie posso pure stare fresco. Ho l’impressione che alluda a qualcosa. Cosa dovrei ricordare? Perché le donne non capiscono che a noi uomini funziona solo la memoria a breve termine? Cerco di giocarmi la solita carta e le dico: «Tesoro non sono questi i giochetti che avevo in serbo per te. Perché non mi dici chiaramente a cosa ti stai riferendo?»

«Qualche anno fa, mi dicesti che gli uomini che festeggiano San Valentino non lo fanno con le mogli, ma con le amanti. Ecco mi chiedevo cosa ne pensassi adesso.»

«Uhm… Avevo intuito fosse uno dei tuoi tranelli. In effetti oggi festeggerò questa insulsa ricorrenza con l’amante più bella, seducente, perversa, materna, dolce e stronza che un uomo possa mai desiderare: mia moglie

 

 

 

Un intimo regalo

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